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Tumore alla prostata: il tumore più diffuso tra gli uomini
Il tumore alla prostata
Il tumore alla prostata è la neoplasia più frequente nella popolazione maschile italiana.
La prostata è una ghiandola dell’apparato genitale maschile che produce il liquido seminale e, con l’avanzare dell’età, può sviluppare una crescita anomala delle sue cellule. In molti casi, la malattia si presenta in forma indolente, con una progressione molto lenta; tuttavia, esistono anche varianti più aggressive che necessitano di interventi terapeutici tempestivi.
In Italia, si stima che ogni anno vengano diagnosticati oltre 40.000 nuovi casi di tumore alla prostata.
Grazie ai progressi della medicina e alla diagnosi precoce, la sopravvivenza a cinque anni supera il 90%, rendendolo uno dei tumori con la prognosi più favorevole.
Diagnosi tumore alla prostata
La diagnosi viene effettuata attraverso diverse procedure, tra cui:
- Esplorazione rettale, utile per valutare eventuali noduli o indurimenti della prostata.
- Test del PSA (Antigene Prostatico Specifico) nel sangue, indicatore di eventuali anomalie.
- Ecografia transrettale, per indagare anomalie rilevate dall’esplorazione o dal PSA.
- Biopsia, necessaria per confermare la diagnosi in caso di sospetto clinico.
I sintomi del tumore alla prostata
I sintomi del tumore alla prostata possono variare sensibilmente a seconda dello stadio e dell’aggressività della malattia. Nelle fasi iniziali, la neoplasia può essere asintomatica, motivo per cui spesso la diagnosi arriva in modo incidentale durante controlli di routine.
Quando presenti, i sintomi possono includere:
- difficoltà ad urinare;
- aumento della frequenza urinaria, soprattutto notturna;
- flusso urinario debole o interrotto;
- sensazione di svuotamento incompleto della vescica;
- presenza di sangue nelle urine o nello sperma.
Sintomi di questo genere possono essere associati anche a patologie benigne, come l’ipertrofia prostatica benigna, e che solo una valutazione medica approfondita può stabilire la natura del disturbo.
Test del PSA e fattori di rischio: prevenzione del tumore alla prostata
La prevenzione secondaria si basa principalmente sul test del PSA, che misura la concentrazione dell’Antigene Prostatico Specifico nel sangue. Valori elevati possono indicare la presenza di un tumore, ma anche di altre condizioni prostatiche non tumorali.
Il test del PSA non è uno screening sistematico: la sensibilità del test varia dal 70 all’80% e quindi il 20-30% delle neoplasie non viene individuato quando il PSA viene utilizzato come unico mezzo diagnostico. Va eseguito dunque su indicazione del medico di medicina generale o dello specialista dopo i 50 anni, se vi è familiarità diretta per questo tumore dai 40 anni oppure quando si soffre di disturbi urinari.
Fattori di rischio del tumore alla prostata
Il tumore alla prostata è influenzato da molteplici fattori di rischio, alcuni modificabili e altri no. Tra quelli non modificabili si trovano:
- Età: la probabilità aumenta significativamente dopo i 50 anni;
- Familiarità: la presenza di casi in famiglia aumenta il rischio individuale;
- Etnia: maggiore incidenza nelle popolazioni afroamericane.
Tra i fattori modificabili, alcuni studi suggeriscono il ruolo di:
- Dieta: un’alimentazione ricca di grassi saturi può aumentare il rischio;
- Stile di vita: il sovrappeso e la sedentarietà possono incidere negativamente.
Radioterapia, chirurgia e gli altri approcci terapeutici
Radioterapia
La radioterapia rappresenta una delle principali armi terapeutiche per il tumore alla prostata, sia come trattamento primario che come approccio adiuvante dopo la chirurgia. Può essere eseguita in forma esterna (radioterapia a fasci esterni) oppure interna (brachiterapia), e ha l’obiettivo di distruggere le cellule tumorali preservando il più possibile i tessuti sani circostanti.
Chirurgia
La chirurgia può prevedere, a seconda dei casi, la rimozione della prostata, delle vescicole seminali (prostatectomia radicale) e in alcuni casi dei linfonodi.
Il miglioramento delle tecniche chirurgiche ha consentito recentemente di ridurre le complicanze post-chirurgiche.
Sorveglianza attiva
Per le forme a bassa aggressività, può essere proposta una sorveglianza attiva, che consiste in un monitoraggio clinico periodico (PSA, biopsie, esami di imaging) senza trattamenti immediati, riservando l’intervento ai casi in cui si osservi una progressione.
Vigile attesa
Si tratta di un atteggiamento osservazionale proposto solitamente ai pazienti affetti anche da altre malattie importanti o con un’aspettativa di vita inferiore a 10 anni; consiste in controlli a intervalli per lo più semestrali mediante test del PSA e visita urologica con esplorazione rettale, mentre la biopsia non è indicata.
Si avvia una terapia antitumorale (generalmente di tipo ormonale) solo se compaiono sintomi e disturbi.
Ormonoterapia
La terapia ormonale consiste nell’abbassare il livello di testosterone che è l’ormone maschile che influisce sulla crescita del cancro della prostata.
Può essere utilizzata da sola o in associazione ad altri approcci terapeutici quali la radioterapia e la brachiterapia e serve per controllare la malattia in stadio avanzato o metastatico se il livello di PSA continua ad aumentare.
Chemioterapia
Nel caso in cui la terapia ormonale di prima linea non risulti più efficace la neoplasia diventa “resistente alla castrazione”.
In tale fase di malattia, accanto agli agenti ormonali di nuova generazione, potrebbe essere utile l’approccio con farmaci chemioterapici somministrati per via endovenosa.